Elenco blog personale

lunedì 29 settembre 2014

Guerriere

Guerriere di Elisabetta Ambrosi. Un bel libro da leggere, soprattutto da parte di noi maschi. Un libro che parla della battaglia quotidiana che fanno le madri per vivere la propria maternità, per combinare il lavoro con la cura dei figli. Una vera e propria guerra nella quale noi uomini, anche i più volenterosi e sensibili, sembriamo solo degli osservatori ONU che assistono alla battaglia delle proprie donne senza combatterla anche loro.
Il libro mi ha molto colpito perché, ogni giorno, vedo le guerriere raccontate da questo libro. Le vedo tra le madri degli alunni che arrivano trafelate ad accompagnare o a riprendere i propri bambini, che vengono a parlare con me o con gli insegnanti per segnalare un problema o una difficoltà del proprio figlio, che mantengono sempre però il sorriso e la serenità che occorre quando si ha a che fare con dei bambini che crescono. La crisi ha poi accentuato ancora di più le difficoltà e gli ostacoli da fronteggiare quotidianamente rendendo la maternità un lusso da conquistare con una dura lotta piuttosto che un diritto sancito da una legislazione avanzata che promette servizi che poi lo Stato non riesce ad assicurare.
E vedo le guerriere pure tra le insegnanti che quotidianamente si devono dividere tra il difficile, complesso, duro lavoro nelle classi e la cura dei propri figli, dei propri mariti, dei propri genitori anziani. E anche in questo caso non posso fare a meno di ammirarne la forza, l’energia e la passione “guerriera” che le anima.

Ma l’ammirazione non basta. Occorre che anche noi maschi iniziamo a combattere la guerra fianco a fianco delle nostre donne. È questa forse l’unica guerra che potrebbe aiutarci a diventare persone migliori.

sabato 27 settembre 2014

Ricordando Franca Falcucci



Il 4 settembre è venuta a mancare Franca Falcucci.
Penso che per molti dei lettori di questo blog Franca Falcucci sia - come la maggior parte dei politici della prima repubblica - un’illustre sconosciuta.
Per chi appartiene invece alla mia generazione, invece, rappresenta una parte importante della storia della scuola italiana. Franca Falcucci, infatti, è stato il primo ministro della Pubblica Istruzione donna. Ha ricoperto questa carica dal 1982 al 1987 in anni particolarmente turbolenti nel corso dei quali le sue scelte politiche furono ripetutamente oggetto di contestazione da parte degli studenti e dei sindacati.
Io vorrei ricordarla però soprattutto per il ruolo rivestito nella stesura di un importante documento del 1975, denominato proprio “Documento Falcucci”  che altro non era se non il risultato dei lavori di una commissione da lei presieduta che aveva il compito di delineare delle linee – guida per la realizzazione  di misure e modalità organizzative volte a realizzare l’inserimento dei bambini disabili nella scuola comune. Questo documento ha costituito il punto di riferimento per tutte le iniziative che sono state prese negli anni successivi e che hanno contribuito alla costruzione della “via italiana all’integrazione”.
Vorrei citare qualche passaggio di questo documento.
“La scuola proprio perché deve rapportare l’azione educativa alle potenzialità individuali di ogni allievo, appare la struttura più appropriata per far superare la condizione di emarginazione in cui altrimenti sarebbero condannati i bambini handicappati […] Il superamento di qualsiasi forma di emarginazione degli handicappati passa attraverso un nuovo modo di concepire e di attuare la scuola, così da poter veramente accogliere ogni bambino ed ogni adolescente per favorirne lo sviluppo personale, precisando peraltro che la frequenza di scuole comuni da parte di bambini handicappati non implica il raggiungimento di mete culturali minime comuni […]  Fondamentale è l’affermazione di un più articolato concetto di apprendimento, che valorizzi tutte le forme espressive attraverso le quali l’alunno realizza e sviluppa le proprie potenzialità e che sino ad ora sono stati lasciate prevalentemente in ombra.”
Una rilettura di questo testo può senz'altro aiutarci a riscoprire alcuni valori che in questi ultimi sono stati dimenticati o, quanto meno, sono stati messi in secondo piano. Si tratta di quei valori di civiltà che negli anni ’70 hanno segnato la stagione politica dei grandi cambiamenti del sistema scolastico italiano tra i quali l’integrazione degli handicappati (come si diceva allora) nella scuola di tutti rappresentava uno degli elementi fondamentali.
Le difficoltà odierne credo che siano il frutto proprio del venir meno di quella grande spinta innovatrice, non solo sul piano sociale e culturale, ma anche su quello didattico e pedagogico. Oggi si percepisce un “calo di tensione”, una mancanza di passione. Proprio di quella passione che animava invece la Falcucci e tutti gli altri che con lei hanno contribuito a rendere la nostra scuola e la nostra società più inclusive e perciò più giuste.

Grazie senatrice Falcucci!

giovedì 25 settembre 2014

Genitori ostaggi delle maestre?

Un altro articolo, sui rapporti tra scuola e genitori, che merita qualche riflessione.
Anche in questo caso c’è qualcosa che mi risulta sgradevole nei toni e nei contenuti.
 “Alle madri italiane non piace l'inserimento all'asilo nido e alla scuola materna, quelle due, eterne settimane di inizio anno durante le quali viene chiesto che un genitore si fermi insieme al bimbo”. Sarebbe facile ironizzare sul fatto che la giornalista ancora non sa che la scuola materna, ormai da molti anni, ha cambiato nome e si chiama adesso scuola dell’infanzia o che centri l’attenzione solo sulle madri e non anche sui padri.
Ma la questione credo che sia un’altra. Sembra, dall’articolo, emergere una contrapposizione tra le educatrici e le docenti della scuola dell’infanzia da un lato e i genitori dall’altro, contrapposizione nella quale ognuna delle parti difende i propri interessi: la difficoltà a gestire tutti assieme bambini non ancora abituati al distacco dalla famiglia contro i disagi del doversi assentare dal lavoro.
Le problematiche dei bambini restano sullo sfondo, appena accennate. Chiunque abbia un po’ di esperienza (e di buon senso) sa benissimo che ogni bambino (e ogni genitore) è diversissimo dall’altro e che i tempi dell’ambientazione risultano necessariamente molto differenti a seconda dei casi. Giocano naturalmente un ruolo molto significativo anche le tradizioni culturali della famiglia.
Non credo perciò che esista una ricetta uguale per tutti. Occorre piuttosto una buona dose di elasticità e di spirito di adattamento da una parte e dall’altra per aiutare davvero tutti i bambini (e tutte le mamme e tutti i papà) ad elaborare questo primo momento di distacco. Si tratta di uno di quegli eventi della vita del bambino e anche dei suoi genitori che rappresentano delle importanti fasi di crescita di cui ho parlato in un post precedente. Sarebbe un peccato, soprattutto per i piccoli, trasformarlo perciò in un evento carico di tensione e di malessere.

È proprio così difficile? Non credo proprio se al centro della nostra attenzione inseriamo le necessità del bambino e il suo bisogno di crescere.
Sul tema è intervenuto anche il ministro Giannini: poche battute strappate in una frettolosa intervista.

lunedì 22 settembre 2014

L'evoluzione dell'insegnante di sostegno: un libro che fa discutere

Merita attenzione uno degli ultimi lavori di Dario Ianes, dal titolo “L'evoluzione dell'insegnante di sostegno. Verso una didattica inclusiva”.

Chiunque abbia mai sentito nominare Dario Ianes sa che si tratta di uno dei maggiori esperti italiani nel campo dell’integrazione alla quale ha dedicato tutta la sua carriera professionale.
Il testo “smuove le acque” e rappresenta, in qualche misura, un approfondimento di un’opera uscita qualche anno fa alla quale Ianes ha collaborato. Si tratta del volume "Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte"
In quest’opera veniva tratteggiato un bilancio critico dell’integrazione in Italia: ad un’appassionata difesa dei suoi valori e principi ancora attuali era affiancata un’analisi lucida dei suoi limiti e delle questioni irrisolte. Tra queste ultime veniva segnalata la figura dell’insegnante di sostegno e, in particolare, la delega quasi totale che a questa figura viene assegnata nella gestione dell’integrazione.
Veniva proposto un superamento dell’attuale impostazione di questa figura attraverso due meccanismi. Il primo consisterebbe nel trasformare l’80% di questi insegnanti in docenti curricolari a tutti gli effetti non collegati cioè a diagnosi o a certificazioni di disabilità di uno o più alunni, ma titolari del progetto educativo e didattico di tutti gli allievi. In questo modo il loro patrimonio professionale sarebbe realmente a disposizione di tutta la classe e consentirebbe di realizzare una didattica maggiormente inclusiva. Il secondo meccanismo riguarda il rimanente 20% dei docenti di sostegno che non diventerebbero curricolari ed assegnati perciò alle singole classi ma costituirebbero un ruolo di insegnanti altamente specializzati itineranti su più scuole alle quali dovrebbero fornire il proprio supporto di alta competenza.
Il testo di Ianes chiarisce ed approfondisce questa proposta presentandola in maniera articolata.
Credo sia superfluo sottolineare come questa proposta abbia scatenato un notevole dibattito.
Segnalo, a titolo di esempio, l’articolo di Salvatore Nocera comparso su superando.i
La cosa che mi ha maggiormente colpito è stato il fatto che le opinioni contrarie siano state più numerose (ed aggressive..) di quelle favorevoli. Eppure io credo che i principi ispiratori siano condivisibili. I docenti di sostegno (soprattutto quelli con una lunga esperienza professionale) possiedono un sapere che potrebbe costituire una risorsa fondamentale per realizzare una scuola davvero inclusiva la quale, come ben sappiamo, ha bisogno che siano principalmente i docenti curricolari a possedere una formazione adeguata in materia di Bisogni educativi Speciali. Ma l’esperienza ci insegna anche che in presenza di disabilità molto specifiche (minorazioni sensoriali, disturbi dello spettro autistico, ecc.) occorrono competenze professionali di alto livello che non sarebbe realistico ritenere in possesso della maggioranza di un consiglio di classe che perciò avrebbe bisogno di un supporto qualificato.
La questione è comunque molto complessa ma credo che meriti una discussione priva di pregiudizi.
Inutile dire quanto mi appassioni. Ho fatto per più di vent’anni il mestiere di docente di sostegno, mestiere che ho amato e del quale ho vissuto tutte le soddisfazioni ma anche tutti i limiti.
Vorrei concludere con un consiglio di lettura: si tratta del testo di Carlo Scataglini, Il sostegno è un caos calmo. E io non cambio mestiere: è uno dei più bei libri sulla scuola che ho letto in questi ultimi anni.

domenica 21 settembre 2014

A proposito di inclusione

Capita a volte che un’espressione, una frase all’interno di una conversazione illumini un’idea che avevamo già da tempo, che avevamo già percepito ma che non riuscivamo ancora ad esprimere.
Qualcosa di simile mi è capitato qualche giorno fa. Due genitori sono venuti a ringraziarmi per come era stato accolto il proprio figlio disabile all’interno della nostra scuola. Mi hanno, in particolare, detto che erano rimasti molto colpiti e commossi dal comportamento spontaneo delle docenti che non hanno avuto bisogno di tante spiegazioni e suggerimenti su come loro stesse e la classe  avrebbero dovuto comportarsi all’ingresso del bambino: con la massima naturalità lo hanno fatto entrare nell’aula e lo hanno  inserito nelle varie routine e nelle varie attività facendolo sentire come se da sempre fosse parte integrante di quel gruppo.
Le parole di quei genitori hanno portato alla mia consapevolezza alcune idee che già da tempo mi giravano per la testa ma che non ero ancora riuscito ad esprimere bene. La prima è che l’inclusione consiste in un modo d’essere piuttosto che in una serie di misure organizzative e di precetti comportamentali. 
La seconda riguarda il “clima” della scuola – intendendo per clima non certo le precipitazioni e la temperatura ma le relazioni tra i bambini, tra gli adulti e tra questi e i bambini. È la qualità di queste relazioni che rende inclusiva o non inclusiva una scuola. 
La terza idea concerne, infine, la cultura di una scuola: è costituita da quelle convinzioni, spesso inconsce, che influiscono sulle relazioni e sui comportamenti, che forniscono loro i significati con i quali i membri della comunità (alunni, docenti, ATA, genitori) li interpretano. La cultura di una scuola è diversa da quella di un’altra, si forma nel tempo, condiziona in maniera determinante il clima che si respira.

I genitori con cui ho parlato mi hanno fatto capire che nella loro percezione la scuola che dirigo si sta dimostrando davvero inclusiva. È uno dei migliori complimenti che abbia mai ricevuto per la mia attività professionale. Ma il merito non è solo mio: è soprattutto del personale docente ed ATA, dei bambini e di tutti i genitori che sono convinti che una scuola davvero inclusiva sia la migliore per i propri figli.

venerdì 19 settembre 2014

Valutare i docenti?


Vorrei tornare sul tema della carriera dei docenti così come viene presentata nel documento “La buona scuola”.
Una premessa. Occorre, a mio parere, fare una distinzione tra i principi – guida del documento e le loro concrete modalità di realizzazione. Si tratta cioè innanzitutto di capire se tali principi sono condivisibili (tutti, alcuni, in parte, del tutto, per niente, ecc.) e, poi, ragionare su come metterli in pratica discutendo perciò sulle varie alternative e possibilità. La distinzione è fondamentale perché, altrimenti, non si capisce bene su cosa si ragiona.
Sul tema della valutazione dei docenti – che occupa gran parte del secondo capitolo del documento - suggerisco, in particolare, la lettura di due interventi: il primo di Giancarlo Cerini e il secondo di Stefano Stefanel.
In entrambi gli interventi emerge una sostanziale condivisione del principio della necessità di riconoscere il merito degli insegnanti migliori e di pensare ad una carriera fatta non di automatismi impiegatizi ma di riconoscimenti professionali.
Stefanel nel suo intervento ritiene che, comunque, il dirigente debba avere un ruolo nel processo di valutazione degli insegnanti e propone, quale base fondamentale, la reputazione del docente da individuare e apprezzare attraverso questionari da somministrare a studenti, famiglie, colleghi.
Dall’intervento di Cerini emerge, invece, una maggiore attenzione per la documentazione dei crediti connessi con la didattica.
Condivido anche io l’ispirazione di fondo del documento e, perciò, vorrei piuttosto riflettere sulle metodologie e sugli strumenti della valutazione del merito.
Credo che il pericolo maggiore in ogni proposta di valutazione degli insegnanti consista nel perdere alcune di quelle che sono le caratteristiche più importanti della professionalità docente. Ad esempio: se la logica premiale fosse centrata sulla competizione individuale allora verrebbero disincentivate la collaborazione, il lavoro in team, la collegialità. Analogamente se venissero valorizzate solo le attività al di fuori della classe (coordinamento di gruppi di lavoro, cura dei rapporti con enti esterni, ecc.) risulterebbe di scarsa significativa – ai fini della carriera - l’attività quotidiana nella classe con i ragazzi.
C’è il rischio, perciò, di innescare tra i docenti processi che potrebbero portare non ad un miglioramento ma ad un peggioramento della qualità dell’insegnamento.
Ritengo pertanto che sia necessaria una riflessione molto attenta su cosa prendere in considerazione e su come documentarlo e valutarlo. Un buon punto di partenza credo che possa essere costituito dalle esperienze che, sia pur in numero limitato, sono state svolte in passato. Tra queste mi permetto di segnalarne un paio che si sono svolte nel nostro territorio.
La prima, frutto del progetto “Scuola e cultura della valutazione”- fortemente voluto dall’allora direttore generale dell’USR Abruzzo Carlo Petracca, ha visto la realizzazione di una serie di ricerche azione sui temi della valutazione: la valutazione d’istituto, la valutazione delle competenze, la valutazione del comportamento e, appunto, la valutazione della professionalità docente. Chi scrive ha fatto parte del comitato scientifico che ha realizzato la stesura delle linee – guida per la realizzazione della ricerca – azione su questo tema che è stata condotta da una rete di scuole abruzzesi con capofila l’Istituto Comprensivo di Pianella. Al termine della ricerca è stato realizzato e sperimentato un modello di portfolio della professione docente, modello che è stato adottato, con opportune modifiche, anche per la valutazione dell’anno di prova dei docenti neo – assunti. Non mi risulta, purtroppo, che siano disponibili in rete i materiali di questo progetto.
La seconda esperienza, condotta nell’ambito del Progetto TQM Teacher and Trainig Quality Management, ha visto impegnati vari soggetti tra cui l’UNIDAV, l’USR Abruzzo, l’Udanet, l’Invalsi. Il progetto ha avuto come finalità quella di confrontare i sistemi di valutazione dell’insegnamento in vari paesi e di costruire ed utilizzare un portfolio elettronico da utilizzare come strumento per la crescita professionale dei docenti.

Non partiamo, perciò, da zero su questi temi. Una discussione seria e costruttiva, perciò, è possibile. 

mercoledì 17 settembre 2014

A proposito di docenti



Ancora una volta un’interessante puntata di Fahrenheit pone stimolanti elementi di riflessione.
Cosa fa buona la scuola? I bravi maestri? Le metodologie efficaci? L'impegno e i sogni di chi studia? 
La discussione è centrata sulla professione dell’insegnante con l’intervento di una prossima laureanda in Scienze della Formazione Primaria, di un insegnante della primaria (Carlo Lorenzoni che noi conosciamo bene come animatore della casa laboratorio di Cenci) e di un docente universitario di Storia della Pedagogia e dell’Educazione.
Qualche tema: per fare bene un lavoro occorre la passione. Se non la si possiede o la si è persa sarà molto difficile riuscire a stimolare l’apprendimento presso gli alunni. I bambini sono molto più recettivi ai linguaggi non verbali rispetto a quello verbale per cui percepiscono benissimo se la persona che hanno di fronte svolge la sua attività con entusiasmo e convinzione. Del resto, poi, l’emozione provata la prima volta che ci si accosta ad un apprendimento ne condiziona in maniera molto forte gli esiti futuri.
Altro spunto: la scuola deve essere migliore della società. Non deve esserne, cioè, un semplice specchio ma deve essere più tollerante, più equa, più accogliente, più inclusiva. Ma, comunque, non sono solo la scuola e gli insegnanti ad educare ma anche il contesto e l’ambiente rivestono un ruolo determinante. Quale cura e quale interesse nei suoi confronti può percepire un alunno se si trova in una scuola con i muri sporchi, con le suppellettili e gli arredi degradati, in un contesto di abbandono e di trascuratezza? Ma di questo ho già parlato nel mio post di ieri.
Un intero capitolo (il secondo) de “La buona scuola” è dedicato alla questione degli insegnanti. Mi sembra di capire che ci sia sicuramente la volontà di rimotivare gli insegnanti (far loro ritrovare cioè la passione per il proprio lavoro) attraverso il riconoscimento del merito. Il principio mi sembra condivisibile perché l’appiattimento sulla progressione di carriera basata solo ed esclusivamente sull’anzianità di fatto ha prodotto demotivazione e stagnazione. Il problema principale, credo, consista nel come riconoscere il merito. Il documento (pag. 52) propone tre sistemi di crediti da documentare in un portfolio e da valutare da parte di un nucleo di valutazione interno alla scuola: crediti didattici, crediti formativi e crediti professionali.
Penso che vada apprezzato il fatto che sono considerati i crediti didattici, vale a dire quelli che concernono “la qualità dell’insegnamento in classe e alla capacità di migliorare il livello di apprendimento degli studenti. Contribuiranno a far emergere le migliori prassi di insegnamento, assicurando innovazione didattica e, allo stesso tempo, attenzione per le specificità disciplinari”.
Si tratta, insomma, della quotidianità del lavoro di classe, di quello che si fa con i ragazzi, dei risultati educativi e didattici che si raggiungono.
Sono numerosi però gli interrogativi, che riguardano molto il “come” valutare questi crediti. Da chi sarà composto il nucleo di valutazione? Quale ruolo avrà il dirigente scolastico? Come potranno essere documentati questi particolari crediti? Con i lavori dei ragazzi? Con una relazione? È giusto valutare il singolo docente o forse sarebbe meglio valutare il team docente dal momento che si dovrebbe lavorare in squadra e non individualmente?
Vedremo se dalla discussione avviata, alla quale tutti possono partecipare, usciranno delle proposte praticabili.

Cercherò, nei prossimi giorni, di portare un mio contributo riprendendo gli esiti di una ricerca che qualche anno fa ha svolto l’USR Abruzzo sul tema della valutazione dell’insegnamento.